mercoledì 20 giugno 2007

















Il più giovane e festante degli usignuoli




  chiama i suoi genitori con una voce gialla.









Issa













lunedì 11 giugno 2007









Le aperture del sangue e quelle del senso sono le stesse. [...]. Tensioni, pressioni, flussi, grumi, trombosi, aneurismi, anemie, emolisi, emorragie, diarree, droghe, deliri, invasioni, capillari, infiltrazioni, trasfusioni, impurità, cloache, pozzi, fogne, schiume, bidonvilles, megalopoli, lamiere, prosciugamenti, deserti, croste, tracomi, usura del suolo, massacri, guerre civili, deportazioni, ferite, stracci, siringhe, sozzure, croci rosse, mezzelune rosse, sangue rosso, sangue nero, sangue raggrumito, sangue elettrolizzato, perfuso, infuso, rifiutato, schizzato, imbevuto, impantanato, plastificato, cementato, vetrificato, classificato, enumerato, conti di sangue, banche del sangue, banche del senso, banche del senza, traffici, reti, flussi, sbavature, pozze.

I corpi del nostro mondo non sono né sani né malati. I corpi ecotecnici sono un altro genere di creature, strette da tutte le parti, da tutte le masse, in loro, attraverso di loro e tra loro, collegate, ecografate, radiografate, le une attraverso le altre, creature che comunicano le loro risonanze magnetiche, che controllano i loro deficit, che si aggiustano sulle loro debolezze e assortiscono i loro handicap, le loro trisomie, i loro muscoli atrofici, le loro sinapsi sconnesse, unite da tutte le parti, attaccate, mescolate, infiltrate da miliardi di corpi; nessuno di loro si tiene in equilibrio su di un solo corpo, ma tutti sono invischiati, aperti, diffusi, trapiantati, scambiati. Non c’è più uno stato di salute né una stasi malata: un andirivieni, una palpitazione irregolare o continua che va da un bordo all’altro della pelle, delle piaghe, degli enzimi di sintesi, delle immagini di sintesi. Non c’è nessuna psiche integra, chiusa su un pieno o su un vuoto.





J-L. Nancy













G. Ozzola  *al cuor non si comanda*













venerdì 25 maggio 2007




 








 




Terra,



tu che mi ospiti ma con cui condivido,


tu che sei feconda di tanti e tanti figli, che non si assomigliano,


tu che cresci senza tregua, sia in segreto che alla luce,


tu che porti il seme, il fiore e il frutto,


tu che mai ti fermi nel riparare la vita,


tu che a ogni epoca dell’anno lavori al divenire del vivente,


lasciando salire o scendere di nuovo la linfa, trattenendola


dallo spandersi fuori di te, salvo che per il frutto maturo,


Terra,


tu che sei ancora prodiga di sole quando viene il gelo,


Terra,


salvaguardami, fedele.


 


E quando torna la primavera, tu ridi.


Tu frusci attraverso le foglie e i fiori.


Tu fremi attraverso gli uccelli.


Non c’è la veloce crescita della prima estate, ma la gioia.


Non scoppia ancora lo splendore della metà dell’anno, siamo all’apertura.


È il tempo dell’incompiuto, della meraviglia.


La vita cammina in punta di piedi.


Il silenzio persiste nonostante i canti degli uccelli.


Ciò che cresce non tutela forse così il suo futuro ?


Esistono nella primavera distanze invalicabili.


Nessuno spazio è già pienamente occupato, ma gli spazi


non sono vuoti: sono abitati da una crescita invisibile.


Laddove sembra che nulla esista, resta una presenza, o mille.


L’uno è, e il molteplice; l’uno è il molteplice.


Ma la separazione non è ancora accaduta.


Le radici terrestri e le radici celesti si uniscono senza usurpare gli altrui limiti.


Ciascuno, ciascuna rimane nel luogo della sua nascita, ma il tutto si apre.


 




Luce Irigaray  * Appena rinata da lei* da -Essere due-


















lunedì 19 febbraio 2007




 da   rififi.splinder.com/







Il bufalo







Oh, Sonjuščka, qui ho trovato un forte dolore. Nel cortile dove passeggio arrivano spesso dei carri dell’esercito stracarichi di sacchi o vecchie casacche e camicie militari, sepsso con macchie di sangue…., vengono scaricati qui, distribuite nelle celle, rappezzate, poi ricaricate e spedite all’esercito. Recentemetne è arrivato uno di qeusti carri, tirato da bufali invece che da cavalli. Per la prima volta ho visto questi animali da vicino. Sono di costituzione più robusta e massiccia dei nostri buoi, con teste piatte e corna ricurve basse, il cranio quindi è simile a quello delle nostre pecore, sono completamente neri, con grandi, docli occhi neri. Provengono dalla Romania, sono trofei di guerra… I soldati che guidavano il carro raccontarono che fu molto faticoso catturare questi animali selvaggi e ancor più difficile –essendo abituati alla libertà – usarli come animali da tiro. Furono orribilmente percossi finché non appresero che avevno perso la guerra e che per loro valeva il motto vae victis. A Breslavia vi devono essere un centinaio di questi animali; essi, che erano abituati ai rigogliosi pascoli romeni, ricevono un misero e scarso foraggio. Vengono sfruttati senza pietà per trainare tutti i carri possibili e così vanno presto in rovina. Dunque, alcuni giorni fa arrivò qui un carro carico di sacchi. Il carico era così alto che i bufali all’entrare nel portone non risucivano a superare la soglia. Il soldato accompagnatore, un tipo brutale, cominciò a picchiare così forte gli animali, con la grossa estremità del manico della frusta, che la sorvegliante, indignata, lo riprese chiedendogli se non aveva proprio alcuna compassione per gli animali. ‘Neanche di noi uomini ha nessuno compassione’ rispose egli sogghignando, e picchiò ancor più sodo…Alla fine gli animali tirarono e scamparono il peggio, ma uno di essi sanguinava… Sonjuščka, la pelle dei bufali è proverbiale per lo spessore e la durezza, eppure la loro era lacerata. Poi, mentre scaricava, gli animali stavano muti, sfiniti, e uno, quello che sanguinava, guardava lontano con sulla faccia nera e nei dolci occhi neri un’espressione come di un bambino rosso per il pianto. Era esattamente l’espressione di un bambino che è stato duramente punito e non sa perché, non sa come deve affrontare il supplizio e la bruta violenza…Io stavo là e l’animale mi guardò, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime – non si può fremere dal dolore per il fratello più caro come io fremevo nella mia impotenza per questa muta sofferenza. Come erano lontani, irragiungibili, perduti i bei pascoli liberi e rigogliosi della Romania! Come era diverso lì lo splendore del sole, il soffio del vento, come erano diverse le belle voci delgi uccelli che lì si udivano, o il melodico muggito dei buoi! E qui: questa città straniera, orribile, la stalla umida, il fieno ammuffito, nausenante, misto di paglia fradicia, gli uomini estranei, terribili e le percosse, il sangue che colava dalla ferita fresca….Oh, mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, noi due stiamo qui impotenti e muti e siamo uniti solo nel dolore, nell’impotenza, nella nostalgia. Intanti i detenuti si muovevano affaccendati attorno al carro, scaricavano i pesanti sacchi e li trascinavano nella casa; il soldato, invece, con le due mani nelle tasche passeggiava a grandi passi per il cortile, rideva e fischiettava una canzonetta. E così mi passò dinanzi tutta la magnifica guerra.



Rosa Luxemburg, Lettere 1893-1919






















martedì 6 febbraio 2007





“Ciascun frammento di materia” è raffigurabile come un giardino ricco di piante, uno stagno pieno di pesci – “ma ciascun ramo di una pianta, ciascun membro di un animale, ogni goccia dei suoi umori è ancor esso un simile giardino, un simile stagno”. [...]. Le membra di qualsiasi vivente pullulano di altri viventi, e nulla v’è di “incolto, di sterile, di morto nell’universo”




Leibniz, Monadologia












 Brueghel, Il giardino dell'Eden








 




 




 



giovedì 21 dicembre 2006







21 dicembre

Sol  Invictus













 http://it.wikipedia.org/wiki/Sol_Invictus



http://www.hereses.info/portail/mythologies.htm